Self-harm episodes.

Sì, so che probabilmente gli utenti che leggeranno questo mio post mi prenderanno per una malata psichiatrica, ma comunque il blog è mio e di conseguenza ci scrivo ciò che voglio.

Gli episodi sono due e (per il momento) non ce ne sono più stati. Avevo all’incirca tredici anni e all’epoca ero all’ultimo anno delle scuole superiori inferiori. Quel periodo è stato il più devastante per la mia psiche e per il mio sviluppo emotivo. Ero infatti perseguitata dalle ingiurie che continuavo a ricevere dai miei compagni di classe. Non facevano che prendermi in giro, sfruttarmi, usarmi, dirmi cattiverie. Miravano specialmente su un particolare per farmi del male e cioé il mio aspetto fisico. Io non ero di certo una ragazzina popolare e neppure bella. Portavo infatti occhiali azzurri squadrati (sono miope e astigmatica da quando avevo circa cinque anni), ero troppo alta (continui insulti del tipo “che tempo fa lassù?”), coi fianchi larghi, col viso cosparso di brufoli e rossori, capelli tagliati corti (mia mamma voleva che io li portassi così). E inoltre pure il mio carattere non andava a genio a quegli stronzi. Ero infatti timidissima, riservata, asociale (io provavo a fare amicizia con le mie compagne, ma loro mi respingevano sempre), incapace di difendermi e avevo la lacrima facile. Così dal momento che quasi ogni giorno dovevo subirmi le prese in giro per com’ero sia dentro che fuori. E si sa, quando sei debole, senza amici, senza nessuno che ti supporti e ti incoraggi, finisce che inizi ad autoconvincerti che le cose che ti dicono siano vere visto che tutti le pensano. Inoltre l’età non mi aiutava. A tredici anni ancora non si ha una determinata maturità, ne senso critico e quella che ci rimette è la personalità che inizia a indebolirsi sempre più senza possibilità di retrocedere. Ad ogni modo nel mio caso non fu solo la personalità a risentirne. Ero arrivata a un punto che non ne potevo davvero più! Nessuno mi era vicino. Così iniziai a sfogare la mia rabbia, la mia tristezza sul mio corpo. Ero convinta che fosse il mio corpo a essere il responsabile del mio malessere, del fatto che nessuno voleva starmi accanto e io volevo distruggerlo. Era anche i primi tempi che iniziavo a pensare al suicidio, difatti ne seguirono due tentativi (poi chiaramente falliti per mancanza di coraggio). Per compiere i miei atti di distruzione verso me stessa utilizzavo un piccolo ago da cucito, ero troppo codarda di prendere in mano una lametta e tagliarmi con quella. Covavo inoltre la paura di essere scoperta e non volevo assolutamente che questo accaddesse. Così mi facevo solamente dei graffi superficiali, non tagli profondi. Nonostante odiassi il mio corpo e il mio carattere, non riuscivo comunque ad autodistruggermi. Qualche giorno dopo avevo il braccio pieno di graffi e quando qualcuno mi chiese che cosa mai avessi combinato raccontai che un gatto m’aveva graffiata. Non so se mi credette. Io d’altronde l’avevo raccontata proprio male.

Il secondo episodio di autolesionismo risale a dicembre 2010. Il mio ex ragazzo aveva iniziato da fine ottobre a prendere le distanze da me senza mai spiegarmi la motivazione (ancora oggi non ne sono a conoscenza) e io stavo crollando precipitosamente. Stavo davvero male. Ero finita di nuovo nel turbine della depressione e non vedevo vie d’uscita. Ancora però mi illudevo che potessero esistere ancora delle vane speranze per me, pur sapendo nel profondo che di speranze oramai non avevo più. Il 9 dicembre arrivò per me un colpo durissimo. Ero in classe, al liceo, e stavo parlando con uno mio compagno di classe, nonché mio amico e amico del mio ex ragazzo. Ad un certo punto se ne uscì dicendomi: “Sai che a F. piace Lara?”. Rimasi di pietra per qualche secondo. Poi la delusione, la rabbia, la tristezza più disperata ebbero la meglio e fui in grado di dire: “Cosa?” E lui: “Eh sì, la trova una bella ragazza.” Le poche vane speranze che ancora nutrivo per riallacciare il rapporto con lui, s’infransero in quell’instante. Mi buttai giù totalmente. Arrivata a casa non toccai nulla, ma presi in mano l’ago da cucito che non usavo dal 2006 e iniziai a incidere graffi più profondi di quelli precedenti. In quel momento volevo davvero morire. Volevo uscire di scena per sempre. Ma non ci riuscii neanche allora. Piansi tanto mentre stavo a graffiarmi, versavo lacrime su lacrime, non riuscivo a calmarmi e nessuno poteva aiutarmi ne sentire il dolore che provavo.

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