Comprension for whom has been bullied.

Interessarmi di fatti criminosi, specie se si tratta di omicidi, mi è sempre piaciuto molto, tanté che il mio lavoro da sogno sarebbe entrare a far parte della polizia scientifica. Capire la dinamica dei fatti, la mente del killer (o dei killer) trovo che sia una cosa altamente eccitante e intrigante. Solitamente mi piacciono di più gli omicidi isolati, cioé quelli non compiuti da un assassino seriale poiché li trovo più curiosi, più contorti. Uno che preferisco è sicuramente quello del massacro al liceo Columbine di Littleton in Colorado per mano di Eric Harris e Dylan Klebold avvenuto il 20 aprile 1999. Ricordo ancora come rimasi affascinata quando a scuola un mio professore ci fece vedere un documentario riguardante questo caso. Eric Harris e Dylan Klebold non erano certo degli studenti popolari alla Columbine, anzi ero piuttosto degli ‘outsider’. Inoltre venivano spesso derisi, umiliati e scherniti, non c’è quindi da meravigliarsi se volevano che la loro scuola sparisse; odiavano quel posto. A scuola, Eric e Dylan erano appunto degli emarginati e per vari fattori coltivano un mix di rabbia e odio. Entrambi non avevano molti amici, non venivano mai invitati alle feste, erano sempre scelti per ultimi, erano esclusi, venendo così alienati. Il senso di inferiorità cresceva ogni giorno sempre più dentro loro, incrementando così sentimenti quali la frustazione, la rabbia, l’odio. Sin dal 1998 Eric scriveva piani dettagliati per realizzare il suo piano. Di Eric hanno detto che era psicopatico, un folle con manie omicide e con un sadismo molto marcato, ma sinceramente a me è sembrato solamente un ragazzo molto triste, molto arrabbiato che voleva veramente inserirsi tra i ragazzi del posto che tanto detestava, ma n’è sempre stato escluso perché agli occhi degli altri studenti risultava strano e privo di qualsiasi talento e bellezza. Dylan invece era depresso e il motivo per cui ha compiuto la carneficina era che voleva vendicarsi per tutti quegli anni in cui ha dovuto subire gli atti di bullismo a cui veniva, assieme a Eric sottoposto. Un episodio molto significativo che mi ha fatto provare veramente molta empatia per i due ragazzi, è stato quello in cui entrambi si trovavano circondati da alcuni compagni di scuola i quali iniziarono a schizzarli con la salsa ketchup e dal momento che i professori stavano a guardare non poterono difendersi così dovettero andarsene in giro con le macchie di ketchup per tutto il giorno. Posso davvero comprendere come Eric e Dylan si siano potuti sentire quel giorno, maledettamente indifesi e emozionalmente a pezzi poiché sono stata vittima anch’io del bullismo. Non è affatto piacevole venire derisi e umiliati; in un primo momento sale la vergogna, l’imbarazzo, la tristezza, ma poi queste sensazioni fanno spazio a sentimenti ben più forti: rabbia, odio, rancore, desiderio di vendetta prendono sempre più forma. Anch’io m’immaginavo che i bulli che mi prendevano in giro morivano, magari per mano mia. Ho perso il conto di quante volte pianificavo nella mente di spingerli giù per le scale, di tirarli schiaffi in pieno viso, di gettarli nel bel mezzo del traffico, di colpirli con estrema violenza di modo che soffrissero. So perfettamente come si soffra per essere presi di mira, senza capirne il motivo e pensando così che la colpa sia nostra. L’autostima verrà seriamente dannaggiata. A loro non importava poi molto di lasciare un segno, com’è stato detto e come Eric scriveva nel suo diario, loro volevano solo smettere di soffrire e venire accettati per com’erano, avere degli amici, una fidanzata, cose assolutamente normali e fu per questo motivo che entrambi si suicidarono, smettendo così di vivere l’inferno che ogni giorno erano costretti a sopportare. Dylan, Eric, mi dispiace molto per voi; siete stati dipinti come dei pazzi, ma non lo eravate affatto. Eravate solo persone stanche, stanche di tutta la merda che la gente vi gettava addosso. Non meritavate di morire, solo di essere capiti, ascoltati, considerati, amati. Un altro caso per cui ho davvero provato una forte empatia è stato quello di una signora italiana di cui purtroppo non ricordo il nome. Ad ogni modo lei s’era sposata molto giovane con un ragazzo con il quale ebbe quattro figli. Un giorno un ragazzo che aveva la metà degli anni della donna, inizia a farle una corte sfrenata; lei sulle prime non accetta e quest’attrazione nei confronti della cinquantenne va avanti per un bel po’ di mesi finché lei non cede. Inizialmente a lei lui non piace, ma poi inevitabilmente se ne innamora. L’uomo nel frattempo non fa che ripeterle che gli anni di differenza non contavano affatto, che lui voleva solo lei e lei si sentiva parecchio importante per tutte queste cose che lui le raccontava. Tempo dopo lui la indusse a separarsi dal marito e nel contempo la loro relazione continua finché, una notte, i due sono a casa della donna, a letto. Poco dopo fanno sesso, e terminato l’atto lui le confessa che ha un’altra, che lei è troppo vecchia per lui. Lei, disperata scoppia a piangere, supplicandolo di non lasciarlo, ma lui non s’intenerisce affatto, così lei presa dalla foga, dall’ira, dalla disperazione lo uccide con 38 coltellate. Ora, io non giustifico l’omicidio, ma provo molta solidarietà, empatia per la donna. Lui ha fatto i suoi porci comodi e poi l’ha trattata malissimo, l’ha usata e l’ha umiliata; uno schifo d’uomo. In fondo ha meritato di morire, un coglione che usa una donna, ci scopa e poi la getta via come un giocattolo usato non lo considero nemmeno un essere umano. Sì, sono parecchio intransigente.

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